sabato 26 gennaio 2013

Sindrome bipolare e creatività di Paola Capitani


Sindrome bipolare e creatività: una riflessione di una “incolta” empatica. Paola Capitani (1)                                                                                                                                                                  

     "Therapy, or analysis, is not only something that analysts do to patients; it is a process that
      goes on intermittently in our individual soul-searching, our attempts at understanding our
      complexities, the critical attacks, prescriptions, and encouragements we give ourselves. We
      are all in therapy all the time insofar as we are involved in soul-making."  James Hillman,
              Re-visioning Psychology
                           
    Non sono una storica dell’arte né un medico, lavoro e vivo con l’arte, la creatività e la conoscenza, ma soprattutto sono una “paziente” impaziente di trovare la giusta terapia, utilizzando al meglio la comunicazione e l’informazione, socializzando le esperienze e migliorando i rapporti interpersonali, soffocati dalla fretta e dalla superficialità.
    Si comunicano paure e timori, affetti e intimità, ma si parla poco dei problemi connessi alla mente e alle sue patologie, da non divulgare e da non socializzare in quanto si pensa, erroneamente, che la malattia mentale sia diversa dal mal di denti e dal mal di pancia, anche se fa stare peggio provocando “coliche” pesanti da sopportare. Il disagio mentale coinvolge anche la sfera familiare e sociale, in quanto un paziente con tali patologie non li limita solo a se stesso, ma crea un ambiente e un clima pesante per chi lo circonda. E’ difficile aiutare un paziente con “disagi mentali”, se non si sono provati o studiati a fondo e se non si riesce ad entrare singole situazioni ed esigenze.
    Convivo da oltre venti anni con una sindrome bipolare, che, se dolorosa, mi ha fatto scoprire lati interessanti di relazioni con amici, parenti, conoscenti, colleghi, ma soprattutto conosco meglio me stessa e riconosco i sintomi appena arrivano e come devo comportarmi. Purtroppo la teoria deve fare i conti con la pratica, anche se si conoscono i metodi e le terapie per contrastare e superare il baratro dove si sprofonda per un tempo variabile (fattore di cui ancora non ho capito il motivo).
     Qualsiasi terapia da assumere “per sempre” terrorizza, di più se tocca la mente e il cervello, diversamente se riguarda occhi, stomaco, articolazioni, per la diversa percezione che abbiamo del corpo umano e di quanto nel tempo è stato detto e trattato a proposito delle malattie mentali.
     Un salutare principio è ascoltare i sintomi che il fisico ci manda poiché avverte subito il livello di guardia (ognuno lo percepisce diversamente), ma i messaggi sono chiari, anche se spesso dedichiamo poco tempo per ascoltarli, per cui si corre ai ripari quando le patologie necessitano cure ancora più pesanti e invasive. La sfera degli affetti è fondamentale: oggi quasi nessuno ha tempo per gli altri, a parte qualche rara eccezione per bambini, anziani e malati. Non esiste il tempo per parlare, comunicare, confrontare, ascoltare, spesso sufficienti per delimitare il problema e trovare gli antidoti. La cronaca ci parla di eventi drammatici legati alla carenza di affetto e alla solitudine: due mali che caratterizzano la società della “comunicazione”, spesso solo virtuale e tecnologica, come dimostrano i “social network”, che non riescono a creare solidarietà e comprensione. Il tempo è necessario per la conversazione, utile e profonda, per le confidenze intime e sincere, per un rapporto fondamentale che costruisce legami e che è il solo collante per relazioni e interazioni. Siamo troppo impegnati e, solo a pagamento, troviamo qualcuno in grado di ascoltarci, anche se spesso non riusciamo a instaurare un rapporto di empatia e di fiducia perché non è garantita la comunicazione sullo stesso piano delle nostre emozioni e percezioni.
(1)          Consulente sistemi informativi, coordina dal 2000 il Gruppo websemantico (http://gruppowebsemantico.blogspot.com). Collabora con International Association for Art and Psychology (www.artepsicologia.com). Con Paolo Berruti (vicepresidente dell’Associazione) ha curato Florilegio 2010 (www.ebook.garamond.com). Collabora con Biblioteche Oggi e ha pubblicato la fiaba Il cane dei gatti e il cane mascherato (Firenze, Nicomp, 2010), saggi con FrancoAngeli (www.francoangeli.it) e ebook don Garamond (www.garamond.it), le poesie Brani di panorami, Fiori di luna, Spighe di grano in piazza dei ciompi (Firenze, Tipografia Calducci), 10 regole per sopravvivere in coppia (Firenze, Tipografia Calducci, 2007), Una vita .. tante storie (Firenze, Edizioni Polistampa, 2005). In stampa 10 regole per vivere col partner  (Viareggio, Giovane Holden); in preparazione Visti da vicino; Lustri illustri illustrati: il caffè Giubbe Rosse dal 1936 al 1966.
    Spesso i legami comunicativi sono di tipo subliminale e non hanno nessuna spiegazione logica, sono istintivi, a pelle, o a “odorato” come sostengono alcuni esperti del settore. La prima sensazione, quando si conosce una persona, è istintiva e non capiamo le motivazioni logiche della percezione, perché in effetti non ne esistono, forse solamente chimica. Una reazione immediata che viene da lontano e si basa su sensazioni.
     Troviamo il tempo per passeggiate, cene, film, lavoro, pulizie della casa, ma per i rapporti personali e le “relazioni” e “interrelazioni” comunicative no, anche se i problemi nascono proprio da una cattiva comunicazione e dalla abitudine a non migliorare i rapporti comunicativi.
     Comunicare e ascoltare: due termini non percepiti nel loro assunto e di cui si comprende poco il significato. Comunicare vuol dire anche ascoltare, comprendere, rispondere ... tacere e riflettere per rispondere in modo consapevole e attento senza turbare le suscettibilità altrui, per offrire soluzioni e aiuti, diversi in base al problema, al momento, alla persona. Significa volere il bene dell’altro anche se non lo condividiamo o non lo comprendiamo, non vuol dire “possedere” e “dominare” l’altro e relegarlo in uno spazio sempre più asfittico e doloroso. Gibran (il poeta libanese) ci aiuta a chiarire bene il significato della coppia, formata da due individui, ma da due diversi, che devono interagire con le differente particolarità. Il rispetto dell’altro di cui in questa società arida e superficiale, non si comprende il significato.
     Ironia e ottimismo sono da aggiungere alla ricetta che, con la percezione dell’altro e un pizzico di altruismo possono dare un risultato soddisfacente. Si potrebbe dire che per trovare soluzioni alle patologie della “mente” occorrono: Ascolto, Attenzione, Comprensione, Comunicazione, Fiducia, Generosità, Ironia, Ottimismo, Pazienza, Rispetto, Tolleranza.
     Qualsiasi atteggiamento e comportamento va capito e interpretato e non è equiparabile a nessun altro caso in quanto frutto di quella persona, di quella storia, di quel contesto, di quel periodo, di quella situazione. Una giovane neurologa mi ha recentemente detto che purtroppo spesso il medico cura la patologia e non il paziente e che le medicine sono utili, ma sono solo stampelle.. occorre ben altro. Una psicologa mi ha suggerito terapie a distanza che utilizzano la posta elettronica nei casi in cui terapeuta e paziente non hanno tempo per gli incontri o sono fisicamente e geograficamente lontani. Lei lo utilizza con i suoi pazienti trasferiti negli Stati Uniti e ne riconosce la validità di intervento. Personalmente utilizzo la comunicazione come strumento di confronto e scambio, il problema è trovare le orecchie attente e l’interesse a tale metodologia.. come sempre bisogna essere in due, ma anche con caratteristiche e sintonie simili.

     La depressione ha dei contatti con l’autismo, di cui molti non conoscono le caratteristiche e le particolarità. Si tratta di un “disturbo di comportamento”, che, come la depressione, comporta reazioni simili. “Per chi soffre di depressione il mondo è più cupo e più opaco. Non si tratta solo di una percezione interiore o di una sensazione, ma di un sintomo dovuto a una ridotta attività dei neuroni visivi, che compromette la capacità di distinguere i contrasti, cioè di apprezzare i colori pieni. A suggerirlo è uno studio pubblicato su Biological Psychiatry dei ricercatori dell'Università di Friburgo … Secondo i ricercatori questi risultati potrebbero essere spiegati dal fatto che il neurotrasmettitore responsabile del  passaggio degli impulsi visivi sia coinvolto anche nel controllo delle emozioni. In futuro, se i risultati saranno confermati, questo test potrebbe essere preso in considerazione per la diagnosi clinica della depressione” (da Galileo. Giornale di Scienza, 2009).
    Un “buio oltre la siepe” dove auguro di non trovarsi, ma utile da conoscere per reagire con coraggio e determinazione, per non soccombere, e non ricorrere solo a medicine e tranquillanti. Tutte le terapie sono giuste se corrette per “quel paziente” e per “quel momento”: il medico adatto, in grado di ascoltare con empatia e competenza senza ricorrere a “ricette in copia conforme”.
  “L’essere dentro la fragilità , la depressione, permette di ricominciare ad assumere “l’altro” come il destino di comune fragilità” … L’essere dentro la fragilità, intravedere e riconoscere in sé le ombre della malinconia, della depressione, è la premessa, quella meno conosciuta e quella più ignorata, alla creazione di umane relazioni fondate sulla condivisione dei pensieri e degli stati d’animo altrui, cancellando le barriere dell’isolamento e dell’indifferenza che sono così crudeli e così stranianti …” (Eugenio Borgna, Aldo Bonomi, Elogio della depressione).

    L’arte è un sostegno basilare per superare momenti di crisi e  turbamento: la musica, la poesia, la pittura, la danza, il teatro, il cinema, la fotografia, espressioni delle emozioni e delle percezioni che aiutano ad ascoltare l’animo e la sua sofferenza e soprattutto a trovare nel bello e nella creatività la panacea alla sofferenza, il ritmo per procedere più speditamente verso lidi di serenità e benessere. Il ritmo di una musica classica, l’armonia di una nota e un contrappunto, le emozioni che muovono sinfonie e moduli canori sono una immediata panacea per crisi e turbamenti, ansie e angosce. Un panorama, un colore, un’immagine riescono a curare angoli bui e scorci drammatici.
     La “sindrome di Stendhal” di cui ha trattato Graziella Magherini (psichiatra e psicoanalista, presidente di International Association for Art and Psychology, www.artepsicologia.com), che ha saputo comprendere ed esprimere nel suo libro Mi sono innamorato di una statua (Nicomp, 2007)“ nella visione, nell’incontro con l’opera d’arte si attivano parti profonde della nostra personalità: l’inconscio freudiano, il ‘rimosso’, esperienze un tempo vissute, poi dimenticate; ma si attivano anche esperienze emozionali più primitive, arcaiche, mai riconosciute dall’Io cosciente. Come dire che l’arte riesce a farci sentire ciò che non abbiamo mai espresso, mai saputo.
     Come dice Freud "I poeti [...] sono alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta. Particolarmente nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono state ancora aperte alla scienza". La poesia aiuta a superare baratri e angosce e riporta in superficie lontane sensazioni, reconditi messaggi e concede una pace e una serenità molto simile a quella che si percepisce in un brano musicale ricco di nostalgie e di ritmi melodici.
   Ma dopo il tunnel fortunatamente si torna a “riveder lo cielo” e sembra impossibile risuscitare.. riprovare emozioni, piaceri, voglia di vivere. Si riparte, più veloci della luce: ma anche questa, che pure è una fase entusiasmante e avvincente, andrebbe dosata per non bruciare i vantaggi della guarigione. Facile a dirsi ma meno a praticarlo: ma intanto si osservano le reazioni altrui e soprattutto le proprie, cercando di far tesoro di errori passati e di riflessioni positive e costruttive.

Chopin a palazzo Strozzi (Firenze, luglio 2010) di Paola Capitani
Chopin si muove
   leggero e silenzioso
   sotto le volte del cortile
   del palazzo che gli Strozzi
   hanno fatto costruire
   per il loro fasto.
Eleganza di stile
   si intreccia
   con l’armonia delle note
   che, languide e melodiose,
   si librano leggere
   per muovere ricordi ed emozioni
   nostalgie e pensieri di ieri
    progetti di domani.
Terapia salutare
   per riscaldare gli affetti
   balsamo efficace
   per cuori solitari.

     “Crescere con la musica”, gruppo di studio dell’International Association for Art and Psychology (www.artepsicologia.com), suggerisce percorsi e criteri, metodi e obiettivi che possono far recuperare spazi e sentimenti. Soprattutto nei confronti dei giovani che purtroppo in Italia non hanno quella basilare attenzione nei confronti dei brani musicali, o almeno non ricevono nella scuola una corretta “educazione musicale” compatibilmente con i pochi spazi previsti dal calendario scolastico. Un altro spaccato da recuperare e integrare dove molto può esser fatto per una corretta percezione del bello (non sono le veline o i messaggi del marketing), ma un senso estetico che riporta alla qualità di vita, all’essenza dei valori che abbiamo sciupato e rovinato e che occorre recuperare nel più breve tempo possibile per un ritrovare un sano equilibrio con l’arte e la creatività
    Le “case di sogno della collettività” che Walter Benjamin individuava nei musei, dovrebbero tornare ad essere spazi sociali, mete usuali di famiglie e di giovani che dovrebbero percepirli come un loro personale spazio di crescita e di benessere, “teche” dell’arte e del bello.

                                            "A torto si lamentan li omini della fuga del tempo,
                                          incolpando quello di troppa velocità, non s’accorgendo quello           
                                          essere di bastevole transito; ma bona memoria, 
                                           di che la  natura ci ha dotati, ci fa che ogni
                                           cosa lungamente  passata ci pare esser presente".                
                                                                                 Leonardo da Vinci

      Ecco la riposta di Giuseppe Sampognaro, psicologo conosciuto ad Anghiari al laboratorio di scrittura organizzato dalla Libera Università dell’Autobiografia (www.liuc.it) a settembre 2010, che gentilmente e professionalmente ha risposto al mio accorato appello...
                                                                     
Cara Paola,
   ti ringrazio per avermi sottoposto il tuo scritto. Ho aspettato qualche giorno prima di risponderti, perché volevo ben capire il significato di questa tua richiesta di opinione. Mi chiedi un giudizio sui contenuti? Un giudizio estetico? O desideri semplicemente condividere con me l'avere scoperto un legame (che sicuramente è reale) tra la tua bipolarità e la tua creatività? In ogni caso, ti sono grato  di avermi aperto il tuo cuore. Ti rivolgi a me in qualità di psicologo e coacher, quindi è su questi
due territori (la psiche e il gruppo di scrittura) che intendi portarmi. E a me va benissimo.
    Da quello che scrivi traspare un bisogno che reputo, fondamentalmente, IL bisogno che pervade il cuore dell'essere umano: quello di essere ascoltati.
    D'accordissimo col tuo percepire la comunicazione come un atto a doppio binario: ci si esprime, e si ascolta l'altro.
    Essere ascoltati è un'urgenza, e dici bene quando sottolinei con un pizzico di amarezza che talvolta le patologie nascono come patologie della comunicazione, per cui abbiamo bisogno di ricorrere a un "amico a pagamento" per condividere - nell'ambito di una terapia - le emozioni e gli eventi che ci fanno soffrire. Scrivere, in realtà, è una sorta di dialogo: dialogo con una parte di noi stessi, dialogo con un Tu che - anche se non è presente fisicamente - ha a che fare con il mondo a cui ci rivolgiamo, e con cui vorremmo condividere le parti più intime del nostro vissuto. Non è solo la scrittura a fornire questa possibilità auto-terapeutica. Come giustamente sottolinei, qualsiasi forma di arte (pittura, scultura, musica ecc.) possiede questo potere espressivo, ma anche - aggiungo io - relazionale:  tutte queste cose, infatti, hanno valore (o hanno maggior valore) quando sono
condivise, e rappresentano davvero un ponte tra noi e gli altri. Sonia Nevis, una terapeuta americana che ho avuto la fortuna di conoscere tanti anni fa, diceva: “Se nessuno mi ascolta, il racconto della mia storia gira a vuoto".  Ecco perché, io credo, che far parte di un gruppo che accolga con attenzione e sensibilità le  emozioni dei partecipanti è un dono preziosissimo.
    Per concludere: sono in sintonia con te rispetto all'importanza che l'estetica ha per il benessere psichico.  Con questa piccola "aggiunta": il valore estetico si esplica nella condivisione. Esattamente come hai fatto tu, quando hai deciso di farmi leggere i tuoi pregevoli pensieri e i sentimenti connessi.                                                                              Giuseppe Sampognaro

Ha fondato la rivista di psicologia educativa "Esperienze Psicopedagogiche". Dal 1998 conduce gruppi di scrittura creativa. www.giuseppesampognaro.it



Letture sul tema
Miguel Benasayag, Gerard Schmit, L’epoca delle passioni tristi,  
Beppe Berto, Il male oscuro, 1964
Aldo Bonomi, Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Torino, Einaudi, 2011
Eugenio Borgna, Come in uno specchio oscura-mente, 2007
Eugenio Borgna, Le emozioni ferite, 2009
Eugenio Borgna; La solitudine dell’anima, 2001
Cassano, Liberaci dal male oscuro
De Rita, Famiglia spa
R. Guardini, Ritratto della malinconia, Brescia, Morcelliana, 2006
Graziella Magherini, La sindrome di Stenhal, Firenze, Nicomp,
Sonia Nevis,
Giuseppe Sampognaro, Mille mondi. Un romanzo terapeutico, 2000,
Giuseppe Sampognaro, Scrivere l’indicibile. La scrittura creativa in psicoterapia della Gestalt,
       FrancoAngeli, 2008
Giuseppe Sampognaro, Trentadue improvvisi,  Città del Sole Edizioni, 2007
                                                                      È la troppa sicurezza che fa diventare pazzi.
                                                                     Poiché l’uomo quando ha paura forse ragiona,
                                                                     e quando trema, forse, ha coraggio.
                                                                     Ma è quando guarda in faccia la sostanza
                                                                   che allora lo prende la voglia di essere pazzo.  Franco Loi

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